Terra di Nebbie e Limoni

Terra di Nebbie e Limoni

Sono cresciuto nella terra di nebbie e zanzare. La mia infanzia si è sviluppata in pianura, dove tutto era aperto, incredibilmente vasto, fin dove l’orizzonte si perde.

Non ho idea di cosa significhi nascere, invece, nella terra dei vespri e degli aranci. Non conosco il profumo denso dei limoni che entra nelle narici all’imbrunire; non so del quotidiano vociare roco e secco degli anziani siciliani. I miei occhi non si sono mai posati sulla valle dei templi, i miei piedi non si sono mai posati sulle falde dell’Etna.

Non ho mai camminato tra la gloria e la miseria del granaio d’Europa. Non ho mai assaporato il rumore di Ballarò, né l’acre odore di salsedine delle saline di Trapani. Non conosco il sole che picchia forte, né il rumore del mare che s’infrange sulle coste di quello che, per me, è la fine del mondo.

Ma conosco le ingiustizie. Le ho viste in televisione, ne ho sentito parlare, fino a toccarle da vicino con le mie mani.

Da piccolo, il 23 maggio, avevo 5 anni. Ero in vacanza con i miei genitori, nel profondo nord. Ricordo vagamente le immagini in televisione e un senso di angoscia da parte dei miei genitori – non avrei potuto capire ancora per molti anni. Né avrei conosciuto esattamente cosa successe prima di allora.

A casa mia si parlava di politica, ma non conobbi Aldo Moro fino a quando non mi appassionai, in età adulta, in maniera naturale e fluida, allo stato “giusto” delle cose. Per me è stata come una cosa naturale, un evento che doveva accadere, fosse per senso civico o per mia natura.


Successivamente alla migrazione interna che popolò le industriose e operose metropoli, i pregiudizi verso le persone del sud si diffusero velocemente, qui nel Nord Italia. Sono abbastanza vecchio da ricordare il Non si affittano ai meridionali, e gli epiteti che si dava a loro.

Si dicevano cose brutte, su di loro. Ne saltammo fuori, pian piano, ma il germe continua a resistere, anche se questa gravosa eredità ora è riservata ad un altro tipo di migrante.

Per questo, quando vidi I Cento Passi, capii molte cose. Capii che le cose brutte erano dovunque, e che il senso di rivalsa sulle profonde ingiustizie non era solo a mio appannaggio. Capii che la forza delle cose, la pesantezza del giusto, è insita negli esseri umani, contrapposta tra la parte più nera di tutti noi.

Dopo quel film, capii esattamente cos’erano le persone della Sicilia.

Capii che quell’Isola non era ai confini del mondo, ma essa stessa ne era il fulcro.

La Sicilia è Stupor Mundi, è il cuore stesso del nostro mondo. E’ lì dove pulsano giustizia e disuguaglianza, ed è l’eredità di un mondo talmente antico da spaventare l’anima. E’ la contraddizione tra il giusto e sbagliato, ma è anche la profonda certezza che, quando il mondo genera la notte senza stelle, la luce risplende più forte.

Deve farlo, per forza. E’ lo stato naturale delle cose.


Le manifestazioni in piazza, organizzate in massa successivamente alle stragi che terminarono la vita di tutti i martiri caduti per le cose giuste, mi diedero convinzione assoluta di una unità che mai provai prima.

Ammiro profondamente il popolo Siciliano, nelle sue sfaccettature e contraddizioni. Nonostante l’essere nati in un sistema culturale composto da pesanti eredità, sia positive che negative, il popolo siciliano ha risposto. Continua a farlo, nella paura; nel pizzo, nella mafia che s’insinua ancora in un quotidiano omertoso, costellato da un coraggio che, forse, io stesso, non riuscirei a esprimere.

Io non lo so, sinceramente, se la mafia è veramente un fenomeno umano e se potremo debellarla. Non sono sicuro di questa affermazione.

Ma ho toccato la mafia nei Comuni a me vicini. Ho conosciuto infiltrazioni, processi, intimidazioni e corruzioni. E’ una mafia diversa da quella che uccise Peppino Impastato – diversa, più subdola, meno visibile. Si è adattata, come selezione naturale, in un contesto storico che per loro era ai confini del mondo.

Non avremmo mai pensato di vederla nella nostra terra di nebbie e zanzare. La coltre omertosa è esattamente come la nebbia stessa; e noi, alle nebbie ci siamo abituati. Non abbiamo bisogno di averne altre.

Ma se c’è una cosa che Peppino Impastato, e tutti i martiri di mafia mi hanno insegnato, è che vale la pena provare un ideale. Spingere verso il bene, sempre e comunque. Lasciarsi abbandonare alla gentilezza, al sorriso. Combattere i totalitarismi e la violenza, l’imposizione e le catene dell’animo.

Io non lo so, davvero, se potremo debellarla. Ma Peppino e tutti gli altri mi hanno insegnato che è nostro dovere provarci.

Magari, un giorno, riuscirò a visitare la Valle dei Templi. Osserverò le colonne greche, e mi emozionerò al pensare al passaggio eterno delle stagioni, nel ciclo della storia. Forse, un giorno, l’acre odore dei limoni mi penetrerà nel corpo, e non uscirà mai più dalla mia essenza di essere umano.

Spero, un giorno, di visitare questo immenso stupore del mondo con profonda passione, per scoprire con orgoglio che l’omertà e il pizzo sono solo un ricordo.

Osserverò i miei fratelli, riderò con loro. Tra un cannolo e l’altro, ricorderemo Peppino Impastato e tutti coloro che sono morti per la profonda giustizia di questa terra. Saremo colmi di riconoscenza. Li ringrazieremo, in lacrime, per essere stati coloro che indicarono la maestosa strada verso la giustizia dell’uomo, sacrificando la propria esistenza. Diremo che valse la la pena avere passato una vita a seguire ciò che ci insegnarono, portando avanti la loro eredità.

Ricorderemo di quando c’era la mafia, e di quando combattevamo. L’odore dei limoni penetrerà forte nelle nostre anime, fin nel profondo. Non ne uscirà mai più.

Alessandro Barozzi

Membro del Direttivo del Centro Sociale Venezia. Nella vita sono molte cose: commerciante, web designer, operatore sociale, appassionato di storia.